saja
dal deserto
alla permacultura
Una storia familiare
lunga un secolo
Saja nasce nel giugno del 2011 da un aranceto abbandonato di circa 15.000 m² nel territorio di Paternò. La scelta del luogo è legata alla vocazione agricola dell’area, alla presenza di acque di sorgente e alla volontà di restare abbastanza vicini alla città da mantenere un rapporto diretto con la comunità. Il progetto si sviluppa secondo i principi della Permacultura, cura della terra, cura delle persone ed equa condivisione, trasformando progressivamente un terreno segnato dalla monocoltura in un’oasi di biodiversità.
Negli anni Saja è diventata anche un laboratorio permanente di sperimentazione, formazione e produzione agricola, con oltre 800 alberi e arbusti piantati e una rete di persone che lavora su agricoltura naturale, autocostruzione, educazione e nuovi modelli di convivenza.
Biodiversità
Il particolare microclima della Piana di Nicolò ha imposto inizialmente diversi limiti, ma proprio da queste condizioni è nato un lavoro di progettazione microclimatica che ha permesso di sperimentare con specie come avocado, banane, guava, casimiroa e annona, insieme alle colture tipiche del territorio.
Saja lavora inoltre attraverso una rete di conoscenze locali: allevatori, produttori di sementi e piantine, operai esperti nella potatura e nella riproduzione per innesto di antiche varietà. A questa dimensione territoriale si affianca quella internazionale: negli anni il progetto ha ospitato volontari, tirocinanti e iniziative Erasmus+, tra cui Sustainable Lifestyle Course, Creative Youth for Sustainable Environment e Sustainable Lifestyle in Practice, trasformando il luogo in uno spazio di scambio tra giovani europei attorno a sostenibilità, agricoltura ed ecologia.
Una comunità
che coltiva relazioni
Per Saja il valore del progetto non si misura soltanto nelle produzioni.
Dopo quindici anni, ciò che emerge con più forza è il sentirsi parte del territorio: il rapporto con i vicini, il sostegno della comunità durante eventi, eccedenze di produzione o calamità naturali, e la convinzione che la valle abbia ancora spazio per chi vuole sperimentare e lavorare in modo diverso.
dal deserto
alla permacultura
Saja nasce nel giugno del 2011 da un aranceto abbandonato di circa 15.000 m² nel territorio di Paternò.
La scelta del luogo è legata alla vocazione agricola dell’area, alla presenza di acque di sorgente e alla volontà di restare abbastanza vicini alla città da mantenere un rapporto diretto con la comunità. Il progetto si sviluppa secondo i principi della Permacultura — cura della terra, cura delle persone ed equa condivisione — trasformando progressivamente un terreno segnato dalla monocoltura in un’oasi di biodiversità.
Negli anni Saja è diventata anche un laboratorio permanente di sperimentazione, formazione e produzione agricola, con oltre 800 alberi e arbusti piantati e una rete di persone che lavora su agricoltura naturale, autocostruzione, educazione e nuovi modelli di convivenza.
biodiversità
Il particolare microclima della Piana di Nicolò ha imposto inizialmente diversi limiti, ma proprio da queste condizioni è nato un lavoro di progettazione microclimatica che ha permesso di sperimentare con specie come avocado, banane, guava, casimiroa, noci pecan e annona, insieme alle colture tipiche del territorio.
Saja lavora inoltre attraverso una rete di conoscenze locali: allevatori, produttori di sementi e piantine, operai esperti nella potatura e nella riproduzione per innesto di antiche varietà. A questa dimensione territoriale si affianca quella internazionale: negli anni il progetto ha ospitato volontari, tirocinanti e iniziative Erasmus+, tra cui Sustainable Lifestyle Course, Creative Youth for Sustainable Environment e Sustainable Lifestyle in Practice, trasformando il luogo in uno spazio di scambio tra giovani europei attorno a sostenibilità, agricoltura ed ecologia.
Una comunità
che coltiva relazioni
Per Saja il valore del progetto non si misura soltanto nelle produzioni.
Dopo quindici anni, ciò che emerge con più forza è il sentirsi parte del territorio: il rapporto con i vicini, il sostegno della comunità durante eventi, eccedenze di produzione o calamità naturali, e la convinzione che la valle abbia ancora spazio per chi vuole sperimentare e lavorare in modo diverso.